La consapevolezza operante: l'esperienza sugli sci - Fedro Google+

    Riprendiamo il concetto di consapevolezza operante e partiamo dalla mia esperienza di supporto ad un maestro di sci. Il problema del maestro è quello di trasferire alcune indicazioni ai propri allievi. Le informazioni vengono  comunicate ma l’apprendimento che dovrebbe conseguirne sembra non realizzarsi o, per  meglio dire, l’allievo ha difficoltà ad adottare i nuovi comportamenti proposti. Per semplificare il racconto di questa esperienza mi limiterò a prendere in esame un’abilità specifica: quella di tracciare in modo corretto e completo le curve nell’apprendimento della discesa a sci paralleli.

    Lo sciatore che non “chiude” la curva, aumenta suo malgrado la propria velocità e perde progressivamente il controllo degli sci. Il maestro ripete come un mantra di chiudere la curva, di stare sulle lamine, di rimanere piegato più a lungo ma tutto ciò in alcuni casi si rivela assolutamente inutile. A posteriori, parlando con gli allievi, scopriamo che non avevano realmente compreso cosa significasse, o meglio la comprensione razionale non corrispondeva a capire cosa dovessero realmente fare “con il corpo”.  Oltre a questo, una serie di paure limita l’applicazione di quanto compreso. Per esempio il piegamento in avanti, verso valle, fondamentale per mantenere l’aderenza e quindi il controllo degli sci, viene ostacolato dalla paura del vuoto. D’altra parte, se non ci si piega in avanti diventa difficile andare sulle lamine e quindi chiudere la curva. L’indicazione del maestro era, più o meno, questa: “Stai piegato in avanti, spingi sullo sci interno, chiudi la curva e poi distenditi per affrontare la curva successiva” (per lo meno per quanto riesco a ricordare, la mia conoscenza tecnica dello sci è molto limitata, mi perdonino gli esperti per eventuali imprecisioni o addirittura spropositi).

    Questa frase, pur rappresentando correttamente il processo, contiene troppe informazioni e non tiene conto di alcuni fattori quali la comprensione, la consapevolezza di ciò che realmente si è fatto sinora e i vincoli (paura, abitudini, convinzioni) che limitano il nuovo comportamento.

    Abbiamo dunque affrontato il problema suddividendo il processo in due fasi: la prima consiste nel far si che l’allievo si renda pienamente consapevole sia di ciò che fa (stato presente) che di ciò che il maestro gli sta chiedendo (stato desiderato – ovvero comportamento desiderato). Per farlo, abbiamo chiesto all’allievo di sciare normalmente  ponendo l’attenzione su aspetti specifici della sciata. Successivamente, gli abbiamo fatto domande di consapevolezza.

    Gli abbiamo per esempio chiesto a cosa gli servisse buttare indietro il corpo. La risposta è stata: “Andare in avanti mi fa paura, stare indietro significa avvicinare il corpo al terreno, quindi allontanarlo dal vuoto”.  A seguire gli abbiamo chiesto di immaginare cosa sarebbe accaduto se avesse compiuto il movimento in modo diverso, scomponendolo. Per esempio: quali altri modi esistono per sentirsi sicuro? Così, anche grazie a qualche suggerimento, è nata nell’allievo l’idea che piegarsi in avanti non significhi lanciarsi nel vuoto ma rendere il terreno più vicino (gli occhi si avvicinano alla neve) e di conseguenza sentirsi più sicuro.

    Questo rappresenta una sorta di ristrutturazione di significato: piegarsi favorisce l’essere più saldamente ancorati al terreno invece di rappresentare una caduta nel vuoto.

    Sperimentando questo comportamento lo sciatore scopre in modo esperienziale, che in effetti il terreno si avvicina, gli sci sono più controllabili e la velocità diminuisce. E abbiamo continuato così per le altre parti del movimento. Le scoperte che l’allievo compie sono estremamente semplici e corrispondono a quanto il maestro ha ripetuto infinite volte ed anche ad esperienze già compiute (fare una sola curva e fermarsi). Cosa c’è dunque di nuovo? Il mettere in relazione l’esperienza con l’obiettivo, con il risultato atteso. E soprattutto, l’apprendere in modo diretto, non mediato da parole e metafore (in realtà tutta la comunicazione è metaforica). La seconda fase consiste nel lavorare fondamentalmente su quattro domande:

    Cosa ti occorre per abbandonare il vecchio comportamento? Cosa ti impedisce di abbandonare il vecchio comportamento? Cosa ti aiuta ad adottare il novo comportamento? Cosa ti aiuta (o cosa ti serve) ad adottare il nuovo comportamento?

    In realtà non tutte le domande sono necessarie, semplicemente ci siamo resi conto che in differenti soggetti e situazioni, una domanda funziona meglio delle altre. Ciò aiuta il coachee a rendersi consapevole anche di quelle parti di strategia di cui non era sinora cosciente.

    Alla prossima settimana!

    Bruno Benouski

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