Il coaching e il volley (2a parte) - Fedro
    Coaching e Volley - 2a p

    COME È CAMBIATO IL MIO MODO DI ALLENARE

    Per far comprendere meglio quali sono i comportamenti, le azioni e la comunicazione legati al coaching, che ormai impiego in maniera strutturata ogni giorno, riporto di seguito alcune situazioni affrontate e risolte con successo in palestra mediante l’applicazione di tale metodo.

    È d’obbligo una premessa in merito ad un comportamento che attualmente ritengo classico per i giovani che fanno sport e che non sono allenati alla modalità coaching: accade spesso che, a seguito del loro “non riuscire” in qualcosa, vengano portati a rivolgersi nell’immediato al coach con richiesta di spiegazioni specifiche su cosa non abbia funzionato, e sulla relativa soluzione da mettere in pratica.

    Questo comportamento mette in evidenza una richiesta d’aiuto tecnico, ma esprime anche una mancanza di autonomia: “Io non riesco a risolvere da solo, quindi ho bisogno di te”.

    Prima di conoscere il coaching, in risposta a questa richiesta d’aiuto, il mio modus operandi era di tipo diretto e immediato: rispondevo rapidamente al bisogno dell’atleta, risolvendo la problematica al posto suo. Era mia l’osservazione, la valutazione, l’individuazione della soluzione e la comunicazione all’atleta sul da farsi.

    Oggi la modalità operativa si ribalta: l’atleta è al centro del processo e viene coinvolto nella ricerca di soluzioni. Si fanno domande per ampliare la consapevolezza su cosa è accaduto, su cosa ha determinato l’anomalia, su cosa si può fare di diverso. Quindi si coinvolge l’atleta attivamente; così è lui stesso che individua autonomamente una soluzione, la sperimenta, ne valuta il risultato, riprova, si dà un nuovo feedback, e così via.

    A seguito di questo, l’atleta considera il percorso un suo processo di apprendimento, un suo successo. Questo processo, esplicitamente, origina la scoperta e l’acquisizione di nuove tecniche di nuove soluzioni, facendogli percepire l’efficacia di esse. Implicitamente genera, in primo luogo, l’assunzione di responsabilità sulla ricerca-scoperta-applicazione della soluzione, in secondo luogo l’aumento dell’autonomia di azione e, infine, un miglioramento del senso di auto efficacia e naturalmente dell’autostima. 

    In un allenamento sulla ricezione, Marco effettua un bagher di ricezione appena dall’altra parte della rete, con una traiettoria con angolo acuto, quindi si rivolge verso il coach: 

    Marco: Non mi viene proprio, oggi mi vanno tutte storte, non riesco a controllare bene la palla; dove sbaglio? Cosa devo fare?

    Coach: La palla è andata oltre la rete, da cosa è dipeso?

    Marco: Ho colpito la palla troppo forte.

    Il coach, si posiziona dove si trovava Marco; riceve un servizio colpendo la palla fortissima con un angolo del bagher parallelo al pavimento. La palla colpisce il soffitto!!!

    Coach: Ok. Anche io ho colpito forte, ma la palla è andata verso il soffitto. Cosa ha causato ciò?

    Marco: L’angolo del tuo bagher.

    Coach : Ripensiamo alla tua ricezione; cosa ha determinato la traiettoria?

    Marco: L’angolo del bagher, doveva essere più verso l’alto.

    Coach : Quindi cosa puoi fare di diverso?      

    Marco: Devo posizionare il bagher in modo tale da effettuare una traiettoria con una parabola più ampia.

    Coach: Bene. Cosa farai di diverso ora?

    Marco: Riproverò, focalizzandomi principalmente sul piano di rimbalzo.

    Coach : Molto bene continua così.

     

    Nell’esempio si evidenziano una serie di elementi caratteristici del coaching. All’inizio Marco manifesta una modalità comportamentale molto comune per gli atleti di squadre nelle quali non è sviluppata autonomia e responsabilità, ovvero non vede soluzioni rinunciando a cercarle, appoggiandosi subito al coach. Se i coach sono reattivi, fornendo soluzioni, consolidano negli atleti l’idea di dipendenza dal proprio tecnico. Con la modalità narrata nel dialogo, Marco naturalmente viene accompagnato ad assumersi la responsabilità di risolvere il problema tecnico, cercando-scoprendo-provando autonomamente soluzioni senza l’aiuto diretto del coach.

    Riuscire autonomamente a risolvere problemi tecnici, aumenta la motivazione e la fiducia in sé stessi. 

    Altro elemento da considerare: Marco inizialmente si focalizza sul risultato, cioè sul fatto che: “La palla mi va sempre fuori, oggi non mi viene proprio”, e non prende in considerazione la prestazione, cioè riflettere sul come colpire la palla e su cosa fare di diverso. Questa cosa sembra scontata, ma in realtà non lo è.

    Gli atleti, infatti, spesso si focalizzano sul risultato, dando giudizi del tipo: “Oggi servo malissimo, oggi non mi riesce niente, faccio delle pessime battute”. Questi pensieri non spingono all’azione, allontanano la mente dalla ricerca di soluzioni, creando allo stesso tempo frustrazione e sfiducia, abbassando anche il senso di autoefficacia. Così l’azione del coach riporta il focus di Marco su cosa può controllare, cioè la prestazione. Inoltre, aumenta la consapevolezza dell’atleta su un fatto semplice: occorre focalizzarsi su come modulare il colpo in funzione del risultato del servizio precedente.

    Un’altra competenza che utilizzo costantemente per il perfezionamento delle tecniche o per modificare parti di esse, con risultati sorprendenti, è la modalità di intervento relativa alla “consapevolezza cinestetica” o consapevolezza sulle percezioni fisiche. Con questa modalità le atlete riescono a cambiare o migliorare gestualità tecniche più rapidamente rispetto a prima, quando utilizzavo un metodo che possiamo definire “direttivo”.

    L’intervento consiste nel far spostare il focus degli atleti dal “fare” al “sentire”; passare cioè dall’impegno nel cercare, o cambiare un particolare movimento indicato dal coach, al percepire la tecnica che si sta eseguendo per sentirne le differenze. Perché se si percepisce il movimento si può cambiare con più facilità. In pratica, ho sostituito nella comunicazione verbale tra me e l’atleta, il verbo “FAI” con il verbo “SENTI”. Ora, invece di dare istruzioni del tipo: “Apri di più la spalla, tieni il gomito più alto, tieni il polso rilassato”, chiedo all’atleta “Senti quanto è aperta la spalla, senti quanto il gomito è alto, senti quanto il polso è rilassato”. Inoltre, può essere chiesto di dare una valutazione di quanto il polso è rilassato, ed ogni volta che si colpisce la palla, il giocatore deve indicare il livello di scioltezza in una scala da 1 a 5.

    Questa modalità, amplia ulteriormente la consapevolezza sulle sensazioni corporee, migliora il movimento automaticamente rendendolo più efficiente in meno tempo rispetto al metodo classico del “FAI”. Con facilità si perfezionano tecniche raffinate.

     

    Franco D’Alessio,

    Allenatore Volley 3°grado e Direttore Tecnico Centro Qualificazione Territoriale Roma

    Add comment